DEDICATO A UN CINQUANTENNE

“Papà mi aiuti a fare i compiti?”

Questa frase di mio figlio mi attraversa la testa.

Seduto al tavolo davanti al mio computer guardo lo schermo. Bianco. Grigio. Nero.

La verità è che non riesco a vederlo. Né a distinguerne il colore, le immagini, le parole, i suoni.

Sono seduto e guardo nel vuoto. I miei occhi esono diventati incredibilmente capaci di andare oltre, di attraversare la materia e farmi vedere sempre la stessa scena dello stesso film.

E la voce di mio figlio è solo un fastidioso rumore di sottofondo. Che cerco di attutire per ascoltare meglio le parole.

L’immagine del mio capo che mi dice sconsolato che “L’azienda deve privarsi di me” mi torna nella mente. E quel suo commento sulla “certezza che sicuramente riceverà offerte da altre imprese. Perché una persona come lei è preziosa per chiunque” mi passa davanti agli occhi ad intervalli regolari.

Mi chiedo come sia potuto succedere a me di trovarmi in questa situazione.

Senza lavoro.

Io.

Io senza lavoro.

Senza quella frenesia di levarmi da letto ogni mattina per prepararmi.

Senza quello sforzo costante nel concentrarmi per essere all’altezza del mio ruolo e delle mie responsabilità.

Senza la possibilità di sentirmi stanco a fine giornata.

Senza la dignità di sentirmi utile alla mia famiglia.

“Papà? Papà? Ma mi senti?”

Giro appena il capo verso di lui. Lo guardo. Lo vedo. Adesso lo vedo.

Da quanto tempo non vedo mio figlio.

Mi guarda fisso come se voglia capire cosa mi passa per la testa.

Ho bisogno di sentirmi padre. Marito. Figlio.

So che devo dare risposte alle persone che mi vogliono bene. E anche a me.

Adesso so cosa fare.

Domani voglio tornare a pensare con coraggio al mio futuro. Voglio pianificare. Scorrere tutta la mia agenda e capire a chi telefonare.

E so cosa mi aspetta. Mi prenderò dei no. Qualcuno non risponderà nemmeno alle mie telefonate. Pochi mi concederanno un appuntamento e molti mi diranno che non è il momento.

Ma lo farò. Devo farlo.

“Papà. Papà. Ho finito i compiti.”.

DEDICATO A UN IMPRENDITORE

Non avrei mai pensato di dovermi fermare.

Quando prendi la rincorsa e insegui con forza e determinazione un progetto di impresa, non sei mai pronto a rallentare.

È come quando, da ragazzi in bicicletta, nel pieno dell’estasi della discesa, sei costretto a fermarti e lo fai piantando i piedi per terra, perché nemmeno i freni sono sufficienti a opporsi al tuo impeto.

Fermare un progetto imprenditoriale fa male. Fa male perché sai quanto ti è costato prendere quella rincorsa.

Ma attorno a te vedi uno scenario diverso e capisci che quella non è la tua gara.

Se sei saggio e se puoi permettertelo, ti fermi ad aspettare che cambi l’aria. L’attesa può essere anche lunga. Ma a un certo punto ti accorgi che il momento è arrivato. Che lo scenario non è esattamente cambiato come volevi ma intuisci che in quel contesto puoi avere un ruolo.

Avere consapevolezza che il momento della ripartenza è arrivato procura belle sensazioni.

Te ne accorgi da piccoli segnali che si accompagnano a questa ebbrezza.

Sai che niente sarà più come prima e che per rimetterti in gioco devi cambiare il tuo modo di pensare.

Devi pensare in modo nuovo e guardare lontano e circondarti di intelligenze con cui alimentare il tuo progetto.

Degli yesmen non sai più che fartene. Il vecchio modo di fare impresa è tramontato definitivamente.

Hai bisogno di nuova linfa, di competenze più affilate, di una squadra di cui essere il capitano ma che sappia giocare già bene. Non puoi ricominciare da zero.  

È allora che hai bisogno di Stratergica.

Il prossimo evento è tra…

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11 Novembre 2015